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Vorrei scrivere d’amore
mentre il mondo impara ancora
il rumore delle sirene,
la distanza breve
tra una casa e le macerie.
Vorrei non sapere
quante mani preparano una divisa,
quante ne restituiscono una vuota,
quanti fiori servono
per dare un nome alla terra.
Vorrei scrivere d’amore.
Lo volevo già da ragazzo,
quando sui banchi di scuola
l’amore era una parola
che faceva arrossire
e la guerra apparteneva ai libri.
Non sapevo allora
che un giorno due genitori
avrebbero atteso una porta aprirsi
per sentirsi dire
che nel petto del figlio
era rimasto del metallo.
E ancora
vorrei scrivere d’amore.
Ma di un amore senza addii,
senza stanze lasciate a metà,
senza fotografie strette al cuore
perché non resta altro da stringere.
Vorrei scrivere
di due ragazzi in un campo,
dell’erba alta sulle ginocchia,
di una risata improvvisa,
di quel momento preciso
in cui una mano cerca l’altra
senza avere paura.
Vorrei che fosse così semplice:
un fiore,
un poco di vento,
due persone che si scelgono
e nessuno, da lontano,
a decidere il contrario.
Forse è per questo
che continuo a scrivere d’amore:
perché in certi tempi
anche immaginare la felicità
è un modo
di non arrendersi.
© Johann Lubeck
Note dell’autore
Vorrei scrivere d’amore nasce da una contraddizione semplice e dolorosa: il desiderio di raccontare ciò che unisce gli esseri umani mentre intorno continuano a prevalere guerra, paura e separazione.
In questi versi l’amore non vuole essere una fuga dalla realtà, ma una forma di resistenza. Continuare a immaginare una mano che cerca un’altra mano, un campo, una risata, una felicità possibile significa difendere ciò che la violenza tenta ogni volta di cancellare.
Perché forse, nei tempi più difficili, scrivere d’amore è anche un modo per ricordarci ciò che non dobbiamo perdere.